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La visita di papa Pio VI

Papa Pio VI, al secolo Giovanni Angelo Braschi, visitò le paludi pontine per toccare con mano la realtà e i drammi quotidiani degli abitanti. L’impegno dei monaci del convento di San Lidano e di quelli cistercensi dell’Abbazia di Fossanova. La via Appia torna a vivere.

Progetto di bonifica della pianura pontina dell’ingegner Gaetano Rappini sotto il pontificato di Pio VI (1775-1799) A tentare altre opere di bonifica parziale furono i religiosi ed in particolare i monaci del convento che San Lidano aveva creato ai piedi di Sezze, più tardi i cluniacensi e poi i cistercensi compirono altre canalizzazioni parziali. Questi ultimi realizzarono il fosso nuovo che avrebbe dato il nome alla contrada di Fossanova, in cui sorge la storica Abbazia. Quando la Chiesa consolidò il suo possesso sull’Agro, furono numerosi i pontefici che si dedicarono a tentativi di liberare tanto buon territorio dalle acque: Bonifacio VIII nel 1294, Martino V dal 1417, Alessandro VII, Innocenzo XI, Clemente XI, durante i primi del XVIII secolo. Alcuni di questi papi riuscirono a far realizzare opere sul territorio, mentre altri si limitarono a far preparare studi da esperti di alto livello, anche da ingegneri idraulici stranieri.

Nella bonifica s’impegnarono anche i Caetani e ancora il papa Sisto V, che dette il nome all’omonimo fiume. Ma il pontefice che ha lasciato nella storia della bonifica ampia traccia di sé è Pio VI Braschi, che fece esaminare tutti gli scritti e i progetti degli autori antichi e moderni, sulle paludi e su i tentativi di prosciugarle, traendone indispensabili insegnamenti. Chiese al cardinale Boncompagni, dell’Azienda delle acque della provincia di Bologna, di mandargli il migliore degli idraulici. La scelta cadde sul bolognese Gaetano Rappini, che, giunto a Roma, visitò le paludi per accertare le cause delle inondazioni, per studiarne i mezzi per il risanamento e calcolarne la spesa. Per evitare che l’opera soffrisse delle controversie che certamente si sarebbero sollevate, il Papa nominò quale commissario legale l’avvocato Giulio Sperandini, con facoltà altissime compresa quella di procedere anche contro ecclesiastici. Allo Sperandini vennero associati, il notaio Gaspare Torriani, il geometra Angelo Sani ed il perito Benedetto Talani. Gli ampi e costosi lavori, impegnando per svariati anni oltre tremila operai. La bonifica di Pio VI iniziò nell’autunno del 1777 recuperando dapprima la possibilità di transito sulla via Appia e quindi realizzando le migliare, un sistema di strade e canali ortogonali all’Appia. L’opera continuò con la messa a dimora di pini e di pioppi in serie per ombreggiare e consolidare le banchine del rettifilo e si cominciò a ripopolare la zona. Oltre alla riscoperta e alla riattivazione dell’abbandonata Appia, intransitabile dall’VIII secolo, il nome di Papa Angelo Braschi è legato anche al canale che fiancheggia la fettuccia. Iniziato nell’estate del 1778 fu completato dopo oltre tre anni, per una lunghezza complessiva di 21.539 metri. Al canale fu dato il nome di Linea Pio. L’opera di Pio VI non ebbe, però, il consenso dei Comuni e dei privati: questi traevano laute fonti di guadagno dalle peschiere costruite sui canali, che impedivano il regolare deflusso delle acque, provocando allagamenti nei campi.
Questi stessi motivi impedirono che l’opera del papa bonificatore avesse un seguito e una conclusione negli anni successivi.

 

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